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Roberto Gentile,
blogger, editore, esperto di retail turistico, community-manager, head-hunter
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Azienda familiare: cosa fare quando il figlio/a è veramente scarso? Licenziarlo/a, mai

Le aziende familiari rappresentano la stragrande maggioranza delle imprese italiane nel turismo. A parte rare eccezioni (Alpitour nel tour operating, Costa nelle crociere, SEA e AdR negli aeroporti, ITA Airways nell’aviation) chi gestisce il turismo in Italia è un imprenditore - spesso lungimirante e visionario - che quasi sempre si circonda di familiari, più che di manager. Vulgata vuole che la prima generazione fondi l’azienda, la seconda la consolidi e la terza la mandi a picco (o la venda). In effetti, i passaggi generazionali sono la chiave di volta di tutte le imprese familiari, ne ho già scritto. Chi è appassionato di cinema e vicende familiari, vada a vedersi “House of Gucci”, che spiega tutto.

Ha fatto molto scalpore la vicenda Amadori, quella dei polli, per due motivi essenziali: perché il marchio entrò nelle case degli italiani grazie allo spot TV “Parola di Francesco Amadori” del fondatore e perché sua nipote Francesca è stata appena licenziata in tronco dall’azienda della quale il padre Flavio è presidente. Tre generazioni, il nonno Francesco 90enne, il figlio Flavio 66enne, la nipote Francesca 44enne, in azienda da venti e responsabile della comunicazione. Il CEO di Amadori Francesco Berti (manager esterno, il terzo dal 2014 a oggi) dichiara che: “Da inizio dicembre Francesca Amadori ha smesso di lavorare, senza dare spiegazioni, che non sono mai arrivate. A quel punto non potevamo non licenziarla. Neanche il padre ha potuto far nulla: le regole valgono per tutti, a prescindere dal cognome”. L’omonima del fondatore (una volta ai figli si dava il nome dei nonni, bei tempi) ha ribattuto che “si opporrà legalmente al provvedimento, ritenuto ingiusto e illegittimo”. Suo marito, che lavora in Amadori pure lui, non ha detto nulla.

Quali insegnamenti possiamo trarre, utili al nostro settore? Nel quale imprese - importanti e milionarie - sono colonizzate non solo da figli e figlie, di primo e secondo letto, ma anche da generi e cognati, da nipoti e cugine, quand’anche da amanti, presenti e passate.

1. Un figlio/a non si licenzia, mai. Anche se è scarso/a, anche se l’ha fatta grossa, niente legali e Tribunali di mezzo. Una soluzione la si trova sempre, magari al pranzo della domenica, quello con la nonna che fa il sugo e il nipotino che strepita. Perché il licenziamento del familiare fa male all’impresa (sarà tema di infiniti pettegolezzi, tra dipendenti e fornitori), uccide la comunicazione esterna (la stampa e i social ci campano, su queste cose) e perché la famiglia ne paga le conseguenze e certe ferite non si rimarginano più.

2. Hai un figlio/a inetto o incapace? Rendilo innocuo. Succede che l’imprenditore abbia due figli, uno sveglio (quello designato come delfino) e l’altro no. Il secondo, oltre a rimanerci male (è umano, ci sta), può cominciare a far danni, magari proprio per dimostrare al padre che aveva torto: ovviamente, i danni convincono il padre che aveva ragione, e le cose precipitano. La soluzione è affidare allo scarso un ruolo dove possa combinare pochi guai: quello tipico, ahimè, è proprio comunicazione/relazioni esterne/pubblicità. Oppure conviene spedirlo in un altro continente, magari su un’isola, a occuparsi di un business tutto suo (col conto corrente sotto controllo).

3. Tuo figlio/a non ha ancora deciso cosa fare da grande? Aspetta, ma non sperare. Mettiamo che l’erede sia pure intelligente, abbia studiato e lavorato all’estero, parli quattro lingue, ma - rubo l’espressione a Rugantino - “Voja de lavorà sartame addosso”. Arriva in azienda a trent’anni, entra in CdA, si appassiona al parco auto aziendale e alla selezione delle segretarie, ma le sue trasferte iniziano dai Caraibi, anziché da avvocato e commercialista. Difficile che cambi, ormai: dopo un paio d’anni se ne accorge anche il padre (e il nonno, se c’è). Allora tanto vale prendere un buon manager, affidargli l’azienda e concedere all’erede un vitalizio in virtù del suo cognome. Magari pure assumere sua moglie o suo marito (e metterlo al marketing, che lì un  posto si trova sempre). Almeno al pranzo della domenica, quello col sugo della nonna e il nipotino che strepita, stiamo tutti più tranquilli.

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