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Roberto Gentile,
blogger, editore, esperto di retail turistico, community-manager, head-hunter
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Airbnb vs host: chi di disintermediazione ferisce, di disintermediazione (non sempre) perisce

La notizia è ghiotta, la fonte affidabile (Financial Times del 10.1.2021, corrispondente da San Francisco), come riporta questa testata: “Le conseguenze della pandemia stanno spingendo un numero sempre maggiore di host Airbnb a far prenotare direttamente i propri ospiti” saltando la piattaforma tramite la quale hanno ricevuto i booking. “The pandemic refunds really kind of smacked us in the face” dichiara un host con una trentina di proprietà nell’area di New York, il cui “ceffone in faccia” viene attribuito al fatto che a primavera 2020 “Airbnb ha comunicato ai clienti che avrebbero avuto diritto a cancellazioni gratuite, senza penalità. È stato il momento più spaventoso della nostra attività, non eravamo sicuri che saremmo sopravvissuti”.

Due premesse, una a favore di Airbnb, l’altra dei suoi host. Questi ultimi sanno perfettamente che non possono acquisire informazioni (soprattutto i recapiti, come telefono e email) dei clienti che hanno prenotato sulla piattaforma californiana, e che - se vengono colti in fallo - rischiano la sospensione dell’account e, in caso di recidiva, la sua rimozione completa. Airbnb è reduce da una delle IPO (quotazione in borsa a New York, sul listino tecnologico Nasdaq, il 10 dicembre 2020) di maggior successo della storia delle tech company: il titolo, quotato a 68 dollari, oggi 12 gennaio 2021 vale 148 dollari. Più del doppio, in un mese che negli Usa ha visto il Covid-19 fare una strage, per cui le premesse sono che il valore di Airbnb (all’esordio pari a 100 miliardi di dollari, miliardo più miliardo meno) cresca ancora. Lo sbarco in Borsa, però, è stato arduo: inizialmente previsto a marzo 2020, la pandemia rivoluzionò i piani e a maggio il ceo & founder Brian Chesky annunciò un drastico taglio della forza lavoro (fuori il 25% dei dipendenti) e alcune azioni mirate a mantenere il business. Tra queste, l’imposizione agli host di rimborsare ai clienti tutto quanto versato in anticipo per soggiorni che non si sarebbero più verificati.

Tre riflessioni, a un anno ormai dall’inizio della pandemia. Primo, le regole si rispettano: se gli host Airbnb le hanno accettate, quando erano nel proprio interesse, non possono aggirarle adesso, se non rinunciando a Airbnb stessa. Secondo, tra host e Airbnb, oggi chi sta messo meglio? Ovvio, la piattaforma di San Francisco, seduta su un castello di billions alla Paperon de’ Paperoni, guadagnati grazie a un’immane potere di marketing, ma anche al supporto e al prodotto degli host. I quali non solo hanno perso un sacco di soldi, ma hanno anche limitato potere negoziale, visto che un’alternativa a Airbnb semplicemente... non c’è: come non c’è a Booking/Expedia, a TripAdvisor e - allargando il discorso alle FAANG - ad Amazon & C. Terzo, chi di disintermediazione ferisce, di disintermediazione non sempre perisce, ovvero “andare” sul cliente finale non sempre paga. L’esempio ce l’abbiamo in casa: ricordate quando la Pensione Maria di Viserbella o l’Hotel Bellavista di Varazze presero a mandare gli auguri di Natale ai clienti che, nell’estate precedente, erano stati loro mandati da agenzie di viaggi e tour operator? “Pratica commerciale scorretta”, si diceva, anche perché il cliente risparmiava qualcosa, saltando l’intermediario. Da allora non è cambiato granché, se non che la competizione sul cliente finale si è trasferita dai cartoncini di Natale al web. Un auspicio super partes, allora? Che Airbnb spenda bene la montagna di denaro della quale dispone; che gli host sappiano come rialimentare il proprio business. E che a guadagnarci, alla fine, siano i clienti.

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