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Roberto Gentile,
blogger, editore, esperto di retail turistico, community-manager, head-hunter
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Le conseguenze dell’ “Airbinbizzazione” sui clienti (cattive) e sulle agenzie (peggiori)

“Ho prenotato un appartamento su Airbnb a Corfù, prima di partire ho scritto al padrone di casa per avere informazioni (che non mi ha dato), quando siamo arrivati era un tugurio, per fortuna lo stesso padrone di casa aveva anche un hotel (dove ho sistemato moglie e figlia) e io mi sono adattato a dormire in quel postaccio. Alla fine ho pagato pure l’albergo, ho mandato lamentele e foto a Airbnb, che mi ha risposto che era dispiaciuta ma non poteva farci nulla. Mi puoi aiutare?”

A rivolgersi al sottoscritto, al quale - in quanto addetto ai lavori - venivano attribuite improbabili relazioni con la piattaforma californiana, non era un impiegato del catasto con figli o una giovane coppia di sposi, quindi clienti con comprensibili limiti di budget. Ma un commercialista brianzolo, con Rolex Daytona al polso e SUV da 300CV nel box. “Ha insistito mia moglie, una sera ci siamo messi sul divano a smanettare, le foto erano belle, abbiamo deciso in 10 minuti. Le recensioni? No, non le abbiamo guardate. E il volo l’abbiamo prenotato su easyJet”.

Perché un commercialista brianzolo si fa tirare un bidone da un affittacamere greco? E perché l’affittacamere greco e la californiana Airbnb creano danni al nostro mercato? Provo a spiegarlo.

Primo, prenotare un viaggio è considerata un’attività semplice e gratificante. Tra app, siti e comparatori, tutti (dal teen-ager in su, anzi, questi per primi) sono capaci di combinare volo + soggiorno + esperienze (anche queste tirano da matti). Lo scetticismo sul pagamento on line va diminuendo, l’acquisto è quasi one-click (Amazon docet) e poi perché pagare un’agenzia di viaggi “che tanto costa sempre di più”? Certo, se io avessi confessato al commercialista che la mia dichiarazione dei redditi l’avrei fatta on line su Aruba, anziché nel suo studio “che costa di più”, non ci sarebbe rimasto bene.

Secondo, la tolleranza di chi prenota fai-da-te è molto più alta rispetto a quella di chi prenota in agenzia. Siccome, se fai tutto da solo, ammetti di correre qualche rischio, ci sta che il volo sia con una compagnia uzbeka (senza nulla togliere alle compagnie uzbeke) anziché italiana, e che l’appartamento-vista mare-terrazzato-centrale sia un buco al quarto piano con balcone sul cortile interno. Se prenoti in agenzia vale l’assioma del cumenda milanese “ueh, lavoro guadagno pago pretendo!”.

Terzo, gli host (cioè la versione smart degli affittacamere) si sono fatti furbi e hanno capito che – soprattutto ad agosto e in posti fighi – possono permettersi di fare quello che vogliono. Riattare un sottoscala, fotografarlo con l’iPhone e metterlo on line è un attimo, e così la casa di campagna della nonna si trasforma in quattro appartamenti-accoglienti-silenziosi-vista giardino (quello che una volta era l’aia per polli e galline). E Airbnb fa meno storie dell’agenzia di viaggi o del t.o. specializzato, che magari ha pure la pretesa di verificare se il wi-fi funziona oppure no.

Infine, l’imponente crescita di Airbnb (91 milioni di camere prenotate nel primo trimestre 2019, annunciata quotazione miliardaria in Borsa) non può continuare a questi ritmi: non solo perché Amsterdam e Barcellona, Dubrovnik e pure Hallstatt si sono giustamente ribellate, ma anche perché non si può permettere a un affittacamere greco di rubare il mestiere a chi gestisce un albergo (e paga tasse, dipendenti, assicurazioni ecc. ecc.). Il commercialista brianzolo si diverte a smanettare sull’iPad? Prosegua, a suo rischio e pericolo. Ma se vuole una vacanza senza problemi e col giusto-rapporto qualità/prezzo, è in agenzia che deve tornare. E io qui l’aspetto, mentre faccio la dichiarazione dei redditi su Aruba.

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