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Roberto Gentile,
blogger, editore, esperto di retail turistico, community-manager, head-hunter
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Che bello! Io recensisco te, tu recensisci me (i paradossi di Airbnb)

“Gli albergatori italiani pagano tasse di soggiorno e altre gabelle, chi usa Airbnb o altri servizi simili no!” testuale Luca Patanè, presidente Uvet American Express. “Gli alberghi sono massacrati di tasse!” testuale Gabriele Burgio, presidente e a.d. Alpitour. Il tutto al TTDay 2015 di Amadeus.

Evidentemente Airbnb e - presumibilmente, per motivazioni simili - gli altri social sharing (Uberpop, Gnammo, Blablacar ecc.) non godono delle simpatie di due leader di settore. Perché? Perché fanno concorrenza sleale agli alberghi, ai tassisti, ai ristoranti, ai trasporti pubblici e privati.

In parte è vero, e qui su Whatsup ne avevamo già parlato. Per criticare le cose, però, conviene provarle, quindi ho sperimentato Airbnb. Ecco la mia esperienza, e quello che ho imparato. Mi scuso per la prolissità, ma è cosa complessa.

Toronto è la capitale dell’Ontario, distesa sulle rive dell’omonimo lago e tappa obbligatoria per chi arriva dalle cascate del Niagara. Con uno stop-over in rientro dall’IPW di Orlando dovevo cercare da dormire per due notti: su Booking.com (dove, se no?!) trovo un 4 stelle in centro a cifre spropositate e un Best Western in periferia a 222 euro. Mi dico “beh, proviamo Airbnb, qualcosa in centro ci sarà”. Lo trovo: “Modern Downtown Toronto condo close to CN Tower, approx 700 sq feet. Great view of the lake and downtown Toronto at from a high floor”. 12 recensioni, 4 stelle, Nav Chatal (il padrone di casa) descritto come “very friendly host”. A 180 euro (155 vanno all’host, 25 ad Airbnb) lo prenoto al volo. Alla faccia di Booking.com (e pure di Best Western).

Terminato il soggiorno, Airbnb mi chiede di recensire il condo e io lo faccio: “wonderful location, in the hearth of downtown, few minutes walking from AC Tower and Harbourfront - well kept flat, stunning view - it might be a bit tider, refrigerator was full of previous guest stuff and kitchen had to be cleaned properly”. Adesso tocca all’host recensire me: “Roberto was a great guest. Very clean and nice. Definitely would recommend to anyone” e tutti e due finiamo online. A che servono le vicendevoli recensioni? All’host per mantenere le 4 stelle, al sottoscritto per poter essere accettato (si dice proprio così...) dal prossimo host al quale chiederò ospitalità su Airbnb.

Cos’è che non funziona? Che questo “double-check” induce le parti a parlare bene l’una dell’altra, per i motivi descritti. Il mio condo corrispondeva alla descrizione del sito di Airbnb e il rapporto qualità/prezzo era ottimo, ma quello che non ho scritto (o potuto scrivere...) è questo: la pulizia lasciava molto a desiderare, nel freezer ho trovato un coltellaccio (chissà perché? il guest precedente sarà stato un serial killer...) e nel frigo c’era roba andata a male da giorni; in camera da letto, l’armadio straboccava di abiti dell’host (nell’ordine nord-americano, ovvero massa informe di t-shirt/felpe/maglie da hockey/intimo) e il cuscino sul quale ho dormito (me ne sono accorto alla fine, togliendo la federa) era sporco da far paura; bagno con accumulo di rasoi/profumi/saponi/condom (pure quelli...) dell’host; niente TV; finestre serrate (ero al 29^ piano: avranno paura che i guest si buttino di sotto?!). In tre giorni, l’host non l’ho mai visto, le chiavi le ho lasciate sul frigorifero. Nessuna accoglienza, ho dovuto cercarmi da solo la metro più vicina. Check-out alle 12 precise (il mio volo partiva la sera) e alla richiesta “dove posso lasciare la valigia per qualche ora?” la risposta è stata “sorry, we do not provide such a service”.

Conclusione: è facile fare l’host per Airbnb, a queste condizioni. E - tornando all’inizio di questa storia - hanno ragione Patanè e Burgio: gli hotel sono massacrati di tasse, e pure dagli host di Airbnb.

Leggi anche: Airbnb
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