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Viaggi di marketing

Paola Tournour-Viron, divulgatrice per professione e per passione
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Alitalia: aria di souvenir o souvenir d’aria?

Con buona pace di chi mal digeriva la nouance verde bottiglia della precedente collezione, le calze delle hostess Alitalia sono tornate color carne. Il nuovo cambio di divisa questa volta porta la firma di Alberta Ferretti, ma non è questo il punto. Il ragionamento è sul merchandising collaterale, fatto da T-shirt, felpe e maglioncini della ‘Capsule Collection’ che i clienti possono acquistare al rispettivo costo di 168, 350 e 420 euro. Fin qui, immaginando che nell’epoca del no frills e delle low cost il prodotto possa comunque avere un mercato, tutto bene.

Qualcuno è anche pronto a scommettere - e tra questi c’è il magazine Marie Claire -, che “il selfie d’autore (e da influencer) quest’anno sarà ambientato tutto ai banchi del check-in Alitalia”.  Per verificarlo bisognerà attendere che si compia l’opera dei fashion influencer chiamati ad incendiare lo spirito di emulazione dei loro follower.

Il tema qui suggerito è però ancora diverso: in quale categoria di souvenir andrebbe a collocarsi la griffata collezione del vettore nazionale?
Obbligatorio risfogliare il sempre utile – e divertente – 'Trofei di Viaggio' scritto dall’antropologo Duccio Canestrini che, se vorrà, potrà liberamente aggiungere precisazioni più mirate. Io mi limito a estrapolare qualche definizione, lasciando a tutti la libertà di incasellare la merce in questione dove meglio reputi, incluso altrove.

Souvenir d’aria?
Trattandosi di compagnia aerea potrebbe essere un’ipotesi. In fondo da tempo l’aria viene trattata come souvenir di viaggio. Canestrini ricorda che la si vendeva nei negozi di città e aeroporti, inscatolata o in bottiglia, come citato anche nel film di Dino Risi, “Operazione San Gennaro”.

Totem e trofeo?
L’idea forte del souvenir – asportare per ricordare – si fonda sul legame tra l’esperienza soggettiva del luogo e l’oggetto destinato ad evocarla. L’oggetto è solitamente inteso come ‘pars pro toto’, una parte per il tutto, che conserva la quintessenza di un altrove idealizzato. Potrebbe essere in questo caso il volo, oppure la destinazione finale del volo stesso?

Souvenir d’Italie?
Originariamente, e si torna all’epoca del Grand Tour, questi souvenir erano costituiti da ‘raritates’, cioè da rarità di qualità certificate dal passaparola, forma primitiva del social buzz. E in alcuni casi si trattava proprio di stoffe e accessori d’abbigliamento.

Airport art?
Questa ‘arte aeroportuale’ si concretizza in una forma di business che l’antropologo dice fatta di “oggetti uguali a ogni scalo, vagamente ispirati a stilemi artistici tradizionali, ma omogeneizzati” definibili, in una sola parola, dutyfreezzati.

Fine della carrellata. Non so se quelle citate siano le categorie più corrette tra le tantissime richiamate dal libro di Canestrini; chiunque può tentare nuove interpretazioni. Penso sia invece assodato che la collezione non appartenga alla tipologia dei ‘souvenir giocattolo’ evocati dal sociologo Graham Dann, apprezzati dal turista perché meritevoli di trascinarli nel divertente gioco della contrattazione sul prezzo.

@paolaviron

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