Ultimo aggiornamento alle 08:32
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Lufthansa Group e l’Italia
Anno da 10 milioni di passeggeri

di Lino Vuotto

Sarà un anno da ricordare quello del Gruppo Lufthansa anche se è mancata, almeno per ora, la ciliegina sulla torta della chiusura della pratica relativa all’acquisizione del 41 per cento di Ita Airways, ancora ferma per le osservazioni sin qui mosse dall’Unione europea. Ma a livello operativo i vettori della galassia di Lh hanno raggiunto un traguardo di grande rilievo e l’anno andrà in archivio con quasi 10 milioni di passeggeri da e per l’Italia, con una crescita del 10 per cento anno su anno.

I numeri
“Eravamo già orgogliosi del fatto che ogni 5 minuti un aereo del Gruppo sorvolasse le Alpi – ha raccontato a TTG Gabriella Galantis, senior director sales Southern Europe -, ma ora siamo addirittura scesi a 4. Comunque è stato un anno davvero molto positivo con un ottimo mix di clientela leisure e corporate”. Nella classifica delle destinazioni che hanno performato meglio sulla Penisola la manager indica in vetta la conferma di Milano (unendo Linate e Malpensa), mentre al secondo posto “un po’ a sorpresa” Roma ha superato Venezia, mentre a seguire si trovano Bologna e Firenze.

Il ruolo del mercato americano
Un grande volume legato al point to point, ma, sottolinea Galantis, “abbiamo avuto anche tantissimi americani che hanno scelto di visitare l’Italia passando dal nostro hub di Francoforte. Con in più una bella sorpresa: mentre fino all’anno scorso la stagionalità del picco andava da maggio a settembre, quest’anno su questo fronte è andato benissimo anche ottobre”. Un andamento completato dalla forte richiesta anche del pubblico di casa nostra per gli States, che ha confermato anche per il 2023 il ruolo di primo piano del nostro mercato nella spinta del lungo raggio. Un trend che non sembra quindi avere subito contraccolpi dal netto aumento dei voli diretti da parte delle major Usa.

“Se gli Stati Uniti si sono confermati al top – spiega ancora – nel long haul c’è stata la sorpresa del Giappone mentre la Cina, sebbene in ripresa, non ha avuto quell’effetto riapertura come era avvenuto proprio nel caso degli Usa. In questo caso sembra essere mancato finora l’apporto del corporate, che su questa direttrice è sempre stato determinante”.

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